Quest'anno vuol portarsi via la mia voglia di scrivere ma resisto.
Prediligo la biro ma resisto. Non mi dimentico di questo posto sperduto nell'etere... in questo periodo non dimentico nessuno e provo io a non dimenticarmi.
L'anno scivola e nella corsa finale s'è portato via un pezzo di me.
S'è portato via la mia infanzia.
S'è portato via la mia ambizione. La mia radice di donna, la mia dolcezza atavica, la mia mollezza d'animo nel credere in legami la cui forza forse l'ho solo inventata.
Quest'anno s'è portato via troppo e se non vado giù a picco è per quell'amore che volevo. Quell'amore arrivato di soppiatto togliendomi le parole e lasciandomi silente nella mia confusione di regole troppo ferree per avere ancora un senso. Quell'amore giunto in punta di piedi a liquefarsi fino ad inondare tutte le strade del mio castello e a lasciarmi senza roccaforti, con un principe che si crede lupo come unica salvezza.
E io che guardavo alle aquile!
So che la mia collana di dubbi me la snoccioli col sorriso amaro degli spiriti maligni, anno che te ne vai. So quanto sei stato severo nel fare i conti alla cassa... bastardo di un roditore vorace e implacabile!
So che i nervi mi si placheranno se smetto di pensare a quel dolce, dolcissimo fagotto di donna che hai avuto il coraggio di chiudere in un feretro.
So che smetterà di tornare in mente il bruciore acuto della ferita che mi hai aperto in petto nel periodo di natale. Il suo periodo, per eccellenza!
So che nel fare i conti ci ruberemo a vicenda e in matematiche incomprensibili perderemo tutto senza vincere niente.
E ti rubo i suoi sguardi. La sua tosse stronza. Ti rubo lei che viene alla mia laurea senza la forza di rimanerci mezz'ora. Ti rubo qualche lampo di sorriso nei suoi occhi che non smettevano di parlare, di camminare come le sue gambe non le permettevano più. Ti rubo la sua forza, dannatissimo! Ti rubo il suo stringere la mia mano quando riusciva e la sua pelle diventata un velo. Ti rubo i suoi sbadigli e il suo modo buffo di rispondere a telefono. Ti rubo tutte le sante domeniche che ho passato in quella casa e sono tue tutte le parole che non sono riuscita a dirle e la voce che non le hai lasciato più usare. Un corpo diventato fragile e arido, mani nodose e occhi di brace ormai sfiniti. Hai lasciato che la terra la inghiottisse senza pena e te la sei presa lasciando orfano il mondo come l'ho sempre conosciuto.
Divorerai ancora cuori, fino all'ultimo, ma del più importante ne hai già spento il battito.
Il mondo non ha più madre.
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